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Viaggio in Myanmar (ex Birmania)

Postetda lorettavela e pubblicato il giorno Giovedì, 31. dicembre kl. 22:45:35 da www.miss777.com    Printervenlig side  Send denne nyhed til en ven


  Dopo uno splendido volo proveniente dalla vicina Bangkok, atterriamo a Yangoon capitale del Myanmar. Fa caldo e il cielo è blu. Mentre aspettiamo i bagagli mi guardo intorno per capire dove sono e osservo la gente locale. La prima cosa che mi salta agli occhi è che gli uomini portano tutti la gonna, detta "longi", l'abito tipico birmano, devo dire molto bello. Quello che invece colpisce delle donne è che hanno tutte la faccia dipinta di bianco e giallognolo, come infarinate. Chiedendo in giro ho scoperto che è una pasta di legno di un albero particolare, che protegge dal sole e nutre la pelle.

  Tutto si muove senza fretta, l'aspetto è di una città decadente, di gente indaffarata nei mestieri più disparati. La prima visita è alla pagoda più importante della città, naturalmente ricoperta d'oro, come quasi tutti i monumenti della Birmania. In tutti i luoghi sacri birmani si entra a piedi scalzi. Il tempio sembra un po' una grande piazza di paese dove tutti si ritrovano, anziani, monaci, donne, ragazze che fanno il loro voto, scolaresche, c'è di tutto, tutto immerso in mille colori.

  Non è neanche l'alba e già ci stiamo imbarcando su AIR BAGAN per il volo verso Bagan, appunto, la vallata dei templi. Circa 2000 templi o stupa, tutti insieme! E' uno spettacolo unico. E' come se una mano paziente avesse appoggiato per terra uno dopo l'altro delle costruzioni "lego" di mattoncini rossi. La mattina fa molto freddo e man mano che il sole si alza scatena il suo calore. All'interno di ogni tempio ci sono enormi statue di Budda d'orate ed in alcuni si legge ancora qualche affresco. E' già il tramonto e si sale sull'ultimo tempio della giornata per guardarlo a rallentatore. Tutto il paesaggio ha colori intensi, la luce del giorno è ancora intrappolata nello scenario, il sole rosso scende dietro le montagne e i buoi istintivamente vanno verso l'acqua, alzando una polvere gialla che sfuma il panorama, come l'effetto di un acquerello. Un giro in mongolfiera sopra a tutti quei templi, nel silenzio, dà l’impressione di non appartenere a questo mondo.

  E' di nuovo l'aurora e si riparte dalla volta di Mandalay, al nord della Birmania, la seconda città più grande ed ex capitale. Importante centro religioso, sede di tanti monasteri buddisti.

  Il cielo arancione dell'aurora fa quasi fatica a venire fuori, a scoprire le punte delle guglie rossicce dei templi, che ancora dormono un letargo di secoli.

  Arriviamo in soli 25 minuti di volo. Unisce Mandalay alla precedente Bagan uno storico fiume birmano l'Irawaddi, navigabile. Non manca naturalmente una visita ad un monastero. I monaci solo bellissimi, indossano una tunica rossa, poco più chiara per quelli novizi, ed hanno tutti i capelli rasati ed una piccola ciotola nera in mano. La mattina presto in fila indiana fanno il giro della città e preceduti dal suono del gong raccolgono cibo che le donne al ciglio della strada gli porgono in segno di carità e anche di riverenza. La figura del monaco ha un posto importante nella società birmana e tutti i maschi devono farsi monaci per lo meno tre volte nella loro vita. Dedicare del tempo, quasi forzati, alla meditazione, alla vita spirituale e monastica, lo trovo una cosa straordinaria.

  Dopo questa parentesi mistica, ci dedichiamo all'artigianato: abbiamo visitato una bottega di "statue di budda di bronzo", un laboratorio di "foglie d'oro" dove "battitori" instancabili, battono le foglie d'oro quasi a polverizzarle.

  Una gita in carrozza per i campi fuori città, ci fa scorgere angoli di vita agresti e in mezzo all'erba alta anche rovine di palazzi reali. Le vecchie dinastie regali usavano cambiare l'ubicazione della capitale del regno continuamente, per superstizione.

  L'ultimo tempio della giornata è quello di Bagun dove si trova la campana più grande del mondo, essendo un po' distante, per poterci arrivare risaliamo il fiume in barca. Il sole sta calando e ci affrettiamo a ripartire. Rincasano tutti, i pescatori tirano le reti dal fiume, si accendono i primi fuochi che cucineranno la cena, le donne corrono al fiume e si lavano in pareo sciogliendo i lunghissimi capelli neri. Sembra un quadro di Gougin. E' già il tramonto e il sole decide il destino del giorno dopo, appare la "evening star", è il segno della cena. Tutti i colori e i suoni rimangono in sovrimpressione nella mente.

  Il giorno dopo si parte per lo Stato Shan, la regione che confina con Thailandia, Laos, Cina, il famoso "triangolo d'oro" luogo in cui viene prodotto l'oppio (terzo produttore mondiale) e immesso nel mercato attraverso le regioni circostanti. Di ciò non se parla apertamente.

  Lo stato Shan è anche sede di tanti ribelli, coloro che si oppongono al regime attuale. La maggior parte provengono da varie etnie presenti nella zona. Anche di questo naturalmente non se ne parla, tantomeno dei massacri civili nei lavori forzati e usati come scudo umano per riparare i soldati dai colpi di mitra. Su questo, consiglierei di leggere le pagine dedicate alla Birmania, del libro "Asia" di Terzani, rende esattamente l'idea di quello che ancora succede in questo paese.

  Dopo l'atterraggio a Heho, vicino al lago Inle, percorriamo in autobus circa 3 ore in aperta campagna, per raggiungere una località detta Pindaya, mentre i miei compagni di viaggio di recano a fare hiking sulle colline, io riposo in albergo e leggo la leggenda dalla quale prende il nome il paese. Pare che un enorme ragno tessé una ragnatela per intrappolare sette principesse in una caverna, il loro pianto arrivò all'orecchio del principe che le liberò.

  Fa molto freddo e nella sala dove ceniamo c'è addirittura il caminetto acceso. Un'atmosfera da favola di cappuccetto rosso, visto che la stanza d'albergo era una capanna di bambù!

  La mattina dopo ripercorriamo le campagne e dopo diversi "check point" del governo e di 4 ore di pulman, riusciamo ad arrivare presso un sito appena restaurato e aperto ai turisti solo nel 2003. E' Kakku, circa 300 stupa, una dietro all'altra, fitte fitte, sembrava un bosco di bambù.

  E' di nuovo sera e dopo due ore di strada, si arriva al lago Inle.

  Fa sempre più freddo, e la guida ci dice che, per raggiungere il nostro hotel, dobbiamo proseguire in barca. Ci dividiamo in tre lunghe imbarcazioni tipiche, quasi stile gondola e iniziamo la corsa tra i canali del Lago. E' buio pesto e tutti quasi per incanto alziamo il viso al cielo. C'erano tutte le stelle del firmamento! Sembrava ti cascassero addosso! Un paradiso imitato!

  Sono le sei di mattina e il primo gesto istintivo è stato quello di correre alla finestra del bungalow di bambù, e scorgere alla luce del giorno quel paradiso che avevamo pregustato il giorno prima solo di notte. E' veramente bellissimo, inimmaginabile!!!

  La vita degli abitanti del posto si svolge sull'acqua, le case, le scuole, i negozi, i templi e addirittura coltivazione di pomodori verdure varie adattate su isole galleggianti. I pescatori remano con le gambe e sembrano dei trampolieri. Tutta la popolazione si sposta in barca, in giro per i canali si incontrano scene del lavoro quotidiano: chi draga il lago in cerca di alghe e radici, chi tira il bufalo, chi raccoglie argilla per costruire la casa, chi pesca chi raccoglie steli di loto per estrarre la seta dal gambo. Nessuno sta fermo. Anche i bambini seduti su una zattera lanciano baci al nostro passaggio.

  E' già nuovo sera e dopo aver girato in barca il lago in lungo e in largo rientriamo all'Hotel per l'ultima notte in quella favola!

  E’ stato uno dei più bei luoghi che io abbia mai visitato e un viaggio reso estremamente piacevole dall’organizzatrice e dai compagni di viaggio.
Gente! Non ci dimentiachiamo di Aung San Suu ki, premio nobel per la pace, agli arresti domiciliari dal 1989, perché ha lottato per la libertà del suo popolo.

LORETTAVELA - qualche anno fa...


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